Vademecum del grafico.

martedì, 24 marzo 2009

Ovvero come nuocere alla propria immagine aziendale.

Esistono diverse patologie o, se vogliamo, correnti di pensiero che spingono a maltrattere l’immagine della propria azienda o dell’azienda del proprio cliente (nel caso il paziente in questione sia un grafico). Oggi e nelle prossime settimane cercheremo di catalogare le affezioni più comuni.

Grandiloghismo.

Fenomeno che ha origine nella convinzione che a logo grande corrisponda grande attenzione. Si manifesta nella tendenza a riempire tutto lo spazio non occupato da altra grafica o contenuto con il logo. Nel caso lo spazio non fosse ancora sufficiente si tende inizialmente a sopprimere la grafica e successivamente a ridurre lo spazio dedicato ai contenuti, questo vale per i siti web come per tutti i prodotti pubblicitari. Le forme più gravi si manifestano anche a livello di immagine coordinata, dove il gigantismo del logo si riscontra anche su carta, buste intestate, etc. Su tali prodotti le grandi dimensioni sono giustificate solo se destinati a ipovedenti.

Come recitava lo spot “per dipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello”. La nostra immagine è rappresentata sì dal nostro logo, ma anche da come gestiamo lo spazio attorno ad esso, nel messaggio che traspare da un bel quadro gli spazi vuoti hanno la stessa importanza delle figure che lo animano. Se abbiamo un logo debole, brutto o semplicemente vecchio, la sua gestione sapiente nello spazio che abbiamo a disposizione è indispensabile per trasmettere l’idea di un’azienda sempre giovane, fresca e attiva.

In questa campagna per la Nintendo Wii possiamo vedere come, nonostante lo spazio abbondante, il logo Nintendo sia di dimensioni contenute, il centro dell'attenzione è il visual. In questo caso un grandeloghista si sarebbe facilmente fatto prendere la mano (immagine a destra).

In questa campagna per la Nintendo Wii possiamo vedere come, nonostante lo spazio abbondante, il logo Nintendo sia di dimensioni contenute, il centro dell’attenzione è il visual. In questo caso un grandeloghista si sarebbe facilmente fatto prendere la mano (immagine a destra).

busta2

Qui sopra un esempio di grandiloghismo applicato all’immagine coordinata, in questo caso una busta americana, a sinistra un corretto dimensionamento del logo, a destra un uso improprio dello stesso.

Prossimamente affronteremo i casi di Stretchologhismo e Schiacciologhismo.

DT

Scarpe di gomma.

sabato, 21 marzo 2009

Azienda e Persona. L’immagine, come tutto al giorno d’oggi, è una questione di scelta.
La scelta è avere un’immagine curata o avere un’immagine volutamene trascurata (poi c’è chi ad avere un’immagine vincente ci prova e non ci riesce, con tutta la buona volontà).
Tra coloro che scelgono di avere un’immagine curata, c’è chi cerca di distinguersi con dettagli e accessori gratificanti, e oggi parleremo delle scarpe di gomma, accessorio al quale io mi permetto di associare il blog Loud.
Fino a un paio di anni fa le scarpe di gomma erano le orribili Crocs, nel 2009 rivisitate in versione “moda”, ma comunque tristi e vagamente infermieristiche, brutte anche in spiaggia.

Nel 2008 ha fatto affari d’oro il brand brasiliano Melissa che produce esclusivamente profumate e coloratissime scarpine di gomma riciclata. Queste scarpe non sono solo delle calzature alternative a quello che si trova comunemente in commercio, ma piuttosto degli oggetti must have disegnati da Vivienne Westwood, Zaha Hadid e altri designers, fondamentali per le poche che godono del lusso di distinguersi. A proposito del desiderio di distinzione c’è da dire che finalmente si è esaurita l’ambizione del brand fine a se stesso e si ricerca l’eccezionalità nell’oggetto particolare, con caratteristiche peculiari di produzione, qualità, distribuzione. Si va quindi dalla borsa di pellame pregiato intrecciata a mano da operai specializzati e giustamente pagati alle calzature in plastica industriale. Un altro brand che sta muovendo in direzione plastic shoes è Kartell, conosciuta per i suoi lampadari e complementi d’arredo in plastica ormai inflazionati dall’installazione nei mcdonalds, che proporrà nei suoi showroom le Glue Cinderella,  classicissime ballerine un po’ troppo simili alle Melissa sopra citate ma sicuramente meglio distribuite grazie alla rete vendita dislocata sul territorio. Faticheranno a diventare queste un oggetto di culto, troppo arrivabili.
Ci ha provato anche Marc Jacobs con il modello Mouse di gomma trasparente, 80 € da scoglio.
Infine vorrei citare Cesare Paciotti, che ha gentilmente proposto dei mocassini shock in silicone colorato, modello certamente scelto da coloro che cercano di avere un’immagine vincente e finiscono per essere ridicoli, o da quella magra schiera di uomini che pur di farsi notare sono disposti anche ad apparire demenziali.
Pe le aziende dunque. Le grosse agenzie offrono un’immagine sicura e riconoscibile, un’immagine istituzionale, Loud indossa esclusivamente scarpe di gomma in edizione limitata.

GC

Nell'ordine: Crocs, Melissa, Kartell, Marc Jacobs, Paciotti.

Nell'ordine: Crocs, Melissa, Kartell, Marc Jacobs, Paciotti.

Parole…

venerdì, 20 marzo 2009

Dopo circa quaranta secoli di civiltà orale la Parola è una moneta inflazionata. Jean Guitton.

Ogni giorno ci troviamo davanti agli occhi esempi che attaccano la nostra comprensione e deturpano il patrimonio semantico delle parole. Il problema è che questo accade spesso non solo nei piccoli ambiti sociali, bensì anche nelle grandi realtà industriali o importanti agenzie di comunicazione, che, con forza, sbandierano ai quattro venti l’infelice slogan di turno, senza senso e/o privo di qualsiasi collegamento logico concettuale.

esempio1

esempio2

Se ne trovano tantissime in giro per la rete; basterebbe fare sempicemente attenzione sfogliando una rivista, un quotidiano, oppure osservando al semaforo un cartellone pubblicitario.

E’ vero quando si afferma che la pubblicità non nega la verità della parola, tutt’altro. La sottolinea, la sbandiera. In realtà, però ne prescinde. Meglio, alla verità sostituisce l’efficacia che è il suo scopo. Si parla non tanto per affermare una verità quanto per avere efficacia e per questo bisogna ancora di più essere accorti all’utilizzo dei vocaboli. Che la parola abbia effetto, sia efficace. Prevalga su altre parole, su altri significati, su altre figure. La parola è come un’arma che combatte contro altre armi, altre parole concorrenti. E’ con la semantica, che ci rincorre dalla mattina alla sera, che ciascuno decide quanto peso dare ai concetti espressi. Ecco perchè rimarco ancora di più il valore di quello che vogliamo esprimere, che deve essere frutto di articolazioni semplici di vocaboli a seconda del proprio bagaglio culturale e intellettuale. Meglio poche parole semplici che tante confuse o messe a caso, prive delle proprie  potenzialità e di valore semantico. La semplicità non è povertà.

Chiarezza...

Chiaro vero?

MR